Aumentare la pensione futura di circa 100 euro al mese significa poter contare su oltre 1.300 euro lordi in più ogni anno, considerando anche la tredicesima. Un risultato che può incidere concretamente sul tenore di vita una volta conclusa l’attività lavorativa.
Nel sistema previdenziale italiano, infatti, l’importo dell’assegno non dipende dal caso, ma soprattutto dai contributi versati e dalle decisioni assunte durante la carriera lavorativa. Ecco quali sono le principali leve che possono contribuire ad aumentare la pensione.
Rimandare il pensionamento può aumentare l’assegno
Uno dei fattori più importanti è l’età alla quale si sceglie di lasciare il lavoro. Nel sistema contributivo, infatti, il montante accumulato viene trasformato in pensione attraverso i cosiddetti coefficienti di trasformazione, che crescono con l’aumentare dell’età.
Per il biennio 2025-2026 il coefficiente passa dal 5,608% a 67 anni al 5,808% a 68 anni, fino ad arrivare al 6,510% a 71 anni. Ciò significa che, a parità di contributi versati, posticipare il pensionamento consente di ottenere un assegno più elevato.
L’incremento derivante dal solo coefficiente, tuttavia, raramente è sufficiente per raggiungere 100 euro mensili in più. Il beneficio diventa molto più consistente se, durante il periodo aggiuntivo, si continua anche a lavorare.
Un anno di lavoro in più produce un doppio vantaggio
Proseguire l’attività lavorativa comporta infatti due effetti positivi.
Da un lato aumenta il montante contributivo grazie ai nuovi versamenti previdenziali; dall’altro si beneficia di un coefficiente di trasformazione più favorevole, legato all’età più avanzata.
Nel lavoro dipendente l’aliquota contributiva utile al calcolo della pensione è pari al 33% della retribuzione. Di conseguenza, ogni anno lavorato incrementa il capitale sul quale verrà calcolata la pensione futura.
In molti casi, però, per ottenere un aumento vicino ai 100 euro mensili è necessario continuare a lavorare almeno un paio d’anni oltre la prima data utile per il pensionamento.
Anche la previdenza complementare può fare la differenza
Un’altra strada consiste nell’aderire a un fondo pensione complementare, iniziando possibilmente quando mancano ancora molti anni al pensionamento.
Le simulazioni disponibili mostrano che chi comincia molto giovane può ottenere una rendita integrativa significativa con versamenti relativamente contenuti. Al contrario, chi aderisce a 45 o 55 anni deve generalmente sostenere contributi mensili decisamente più elevati per raggiungere lo stesso risultato.
Il motivo è semplice: più lungo è l’orizzonte temporale, maggiore è il tempo a disposizione affinché i rendimenti possano far crescere il capitale accumulato.
Naturalmente non esistono importi garantiti. Il risultato finale dipende dall’andamento degli investimenti, dai costi di gestione, dalla fiscalità e dalla linea di investimento scelta. Tuttavia, programmare con anticipo il proprio percorso previdenziale, valutando sia un eventuale rinvio del pensionamento sia la previdenza complementare, rappresenta una delle strategie più efficaci per incrementare l’assegno pensionistico futuro.




